Ululato al chiaro di luna. Frank Peters in Abruzzo per Bergen Magazine

Valeria lancia un ululato nella valle. Non ci vuole molto perché i lupi rispondano. Un suono intenso. Sono lì! Non possiamo vederli, ma sentiamo la loro presenza. La luce della luna illumina il profilo dei monti e ci fa capire che non siamo i benvenuti.

Il giorno prima Valeria Roselli ci guida in un viaggio indimenticabile attraverso il territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. È Marzo e c’è ancora la neve sulle montagne che circondano il Lago di Barrea. Un sottile strato di brina si è aggrappato ai fili d’erba e sulle foglie cadute sul sentiero. Lungo la strada verso il primo punto di osservazione ci imbattiamo nei resti di un cavallo. “In questa zona i lupi hanno sviluppato un metodo di caccia formidabile” dice Valeria: “Spingono le loro prede sull’orlo di un abisso. Una volta cadute le consumano. Sono animali molto intelligenti”. Ascoltiamo stupiti e in silenzio.

Nel territorio del Parco vivono circa dieci branchi, composti da sette a nove lupi. “Di recente ne ho contati undici assieme. È molto raro. Purtroppo erano lontani circa 800 metri, ma era comunque era uno spettacolo affascinante”. Valeria continua: “Una volta pensavo di aver vagato alla ricerca delle loro tracce fin troppo a lungo, alzando lo sguardo mi sono ritrovata proprio in faccia ad un lupo”. Dal belvedere di Barrea abbiamo una splendida vista sul lago. C’è nebbia sospesa sull’acqua. Il sole del mattino sfiora le montagne. Guardiamo il paesaggio con il cannocchiale di Valeria. Vediamo una volpe, dei cervi e dei cavalli.

L’ultimo studio sulla popolazione di lupi è stato condotto nel 2010. Da allora, secondo i censimenti, la popolazione è rimasta stabile. Al contrario gli orsi sono in pericolo. Nonostante la nascita di 11 cuccioli nel corso del 2019, sono rimasti solo 50 esemplari di Orso bruno marsicano, una sottospecie isolata da secoli in quest’area.

Anche se questi orsi non si mostrano quasi mai, c’è un esemplare famoso: Mario. Sono stati mandati in onda vari servizi su di lui sulla tv nazionale e ha più di 18.000 visualizzazioni su Youtube. Mario è un orso alto che ha imparato a procacciarsi cibo nel borgo di Villavallelonga. Una notte d’estate nel 2017, è entrato in una casa e ha mangiato in cucina. E’ inciampato su una sega per tagliare la legna e ha svegliato l’intera famiglia, il padrone di casa ha cercato di fare rumore per spaventare l’animale ma lui è rimasto in cucina. Alla fine si è allontanato solo con un colpo di pistola a salve, emesso da un guardaparco, tempestivamente avvisato e accorso in aiuto.

“Di recente è stato avvistato a Pescasseroli in una strada del paese. Non ha imparato molto da quell’episodio”. Ride Valeria, che non ha paura nemmeno del diavolo. “Una volta ho incontrato un orso durante una passeggiata con un gruppo di persone. Un bellissimo orso, grande e con un bellissimo mantello lucido. L’orso è venuto un po’ verso di noi. Le persone sono impallidite, io ho continuato a guardare avanti e alla fine l’orso se n’è andato” Valeria consiglia di non fare nulla quando si incontra un Orso bruno marsicano a differenza di altre specie di orsi che a volte occorre spaventare.

Valeria ci spiega perché la nostra paura atavica nei confronti del lupo non è legata soltanto a ciò che leggiamo nelle favole: “I lupi mangiavano cadaveri umani sui numerosi campi di battaglia che l’Europa ha conosciuto durante le guerre. Non si tratta di una bella immagine. Si sono incrociati anche con i cani, gli individui ibridi sono più aggressivi e può capitare che attacchino. Perciò il bestiame non è al sicuro.”

L’allevatore Claudio di Domenico di Villetta Barrea l’anno scorso ha perso una mucca e sei pecore. Se non avesse preso precauzioni, le vittime sarebbero state molte di più. Durante la notte vitelli, vacche gravide e pecore, vengono riparati nella stalla. “Le altre mucche riescono a proteggersi abbastanza bene, avvicinandosi l’una con l’altra e si difendono scalciando all’indietro”, dice.

Nella vecchia fattoria mi riscaldo un po’ al sole primaverile. C’è una piacevole polvere nella stalla. Anche Vincenzo, il padre di Claudio, se la prende con calma. Ci scambiamo qualche occhiata. Lui sorride. E’ un uomo anziano con il volto segnato dalle intemperie, ma dal sorriso fresco e fotogenico. Da Claudio prendiamo il formaggio Monte Greco nel piccolo spaccio aziendale. Fuori, un vecchio cavallo sta bevendo da un serbatoio d’acqua di cemento scrostato. Nel cortile gironzolano sei cani di grossa taglia, che accompagnano le pecore sugli alpeggi. I cani indossano il cosiddetto vreccale intorno al collo. E’ un collare con spuntoni di ferro color grigio argento che li protegge dall’attacco di un lupo.

Nonostante questo, i lupi a volte riescono ad attaccare una pecora. “La scorsa estate, in una giornata calda, tutti gli animali dormivano”, ha detto Claudio. “Una delle pecore si è allontanata, è stata uccisa e mangiata.” Nonostante sia un allevatore, è orgoglioso della presenza dei lupi nel parco: “Vivono qui da secoli. Appartengono a questi territori e fanno parte della cultura del luogo”.

Verso la fine del pomeriggio affrontiamo un’escursione di tre ore per raggiungere il Rifugio di Terraegna, a quota 1780 m slm. Abbiamo controllato le immagini scattate da una fototrappola posta per motivi di ricerca scientifica nei pressi del rifugio: ci sono soprattutto persone, ma troviamo anche qualche immagine di animali selvatici. Valeria ci mostra un video con i lupi. Ne parla con molta passione, ma ciò che la rende ancora più entusiasta sono le fatte. Gli escrementi dei cervi, i resti visibili di pelo di cinghiale o di piccoli roditori negli escrementi di lupo, parlando di quella dell’orso diviene quasi poetica, lirica.

Nessuna guida conosce le fatte quanto Valeria Roselli. Ci soffermiamo per qualche minuto su un escremento di lupo. “Puoi trovare tantissime informazioni. I lupi mangiano le loro prede con pelle e peli. Attraverso i peli nelle feci puoi capire cosa hanno mangiato, ma dipende da quanto è fresco l’escremento.” E’ così appassionata che inizia a piacermi un po’ la merda.

A Terraegna allacciamo le nostre ciaspole e ci regaliamo un bellissimo tramonto. La vista spazia verso Monte Marsicano che con i suoi 2245 metri è la montagna più alta della catena. Camminiamo verso il rifugio in un paesaggio dai colori pastello, arriviamo al chiaro di luna. Lo stazzo, un ricovero pastorale, fu costruito nel 1950 ma è caduto lentamente in rovina. Nel 2016 la Wildlife Adventures di Pescasseroli, per cui Valeria lavora, ha presentato domanda per realizzarne un rifugio. Attraverso un investimento di quarantamila euro (grazie ad un prestito di Rewilding Europe Capital, organizzazione che sostiene progetti di turismo naturalistico responsabile e conservazione della biodiversità), ora possiamo gustare un pasto italiano con specialità locali: questa sera abbiamo la possibilità di assaggiare la scamorza davanti a una scoppiettante stufa a legna.

Al mattino il cielo sopra di noi è azzurro e terso. I nostri piedi affondano in un sottile strato di ghiaccio come un cucchiaino che rompe lo strato esterno di una buona crème brûlée. Valeria ci accompagna ad un albero che dista mezz’ora di cammino dal rifugio. Ci sembra un po’ strano, perché ci sono abbastanza alberi intorno a noi, ma questo sembra speciale.

Con il suo occhio acuto guarda la corteccia e toglie un ciuffetto di peli. “Guardate, pelo d’orso” dice trionfante, poi mostra come gli orsi sfregano la schiena contro l’albero. La cosa speciale è che questo albero non si trova solo sulla rotta dell’orso. Anche i lupi lasciano qui le loro tracce, cervi e caprioli le annusano, le volpi a loro volta sfregano i fianchi contro la corteccia, i tassi defecano nei dintorni, i cinghiali lo superano silenziosamente. È un crocevia di odori, un punto nevralgico di passaggi.

Il fotografo del National Geographic che incontreremo oggi, Bruno D’Amicis, assieme ad Umberto Esposito, fondatore della Wildlife Adventures, ha filmato per un anno intero cosa accedeva attorno all’albero. Il risultato è un video di quasi tre minuti che riprende animali che attraversano questo crocevia. Oggi purtroppo non vediamo lupi o altri selvatici ma troviamo molti segni di presenza. “Vedere i lupi non è una garanzia”, dice sempre Valeria ai visitatori interessati: “Vorrei poter insegnare alle persone ciò che accade in natura, mostrandogli il più possibile. Ma la natura segue la sua strada. Il rispetto degli animali è molto più importante che cercare di osservarli e carpire tutti i loro segreti”.

Torniamo al rifugio camminando sulla crosta della crème brûlée e allacciamo le ciaspole. Dopo una tazza di tè caldo partiamo per un breve tratto in direzione del Codone (1929 m). Il paesaggio diviene sempre più affascinante con le cime innevate della Montagna Grande e La Terratta (2208 m) sullo sfondo. Anche senza l’osservazione diretta di animali è una bella avventura.

Questa è la zona in cui Valeria si sente a casa. Con un sorriso raggiungiamo la cima a passo svelto. Sulla cima del Codone, dove incontriamo Bruno, ci affacciamo sulle vette più alte dell’Appennino. Una volta rientrati nella foresta, camminiamo davanti a faggi secolari, che sembrano essere ricoperti di peli su tutti i lati. I licheni barba di bosco crescono rigogliosi dai rami al tronco. “Più barba c’è, meglio è”, dice Bruno: “I licheni sono sensibili all’inquinamento atmosferico. Quando l’aria si inquina muoiono. Si formano principalmente in questo tipo di foreste vetuste dove gli alberi possono avere anche più di duecento anni. Alcuni anche più di trecento.”

L’albero più vecchio del parco nazionale è anche il più anziano faggio del mondo, ha 580 anni. “I faggi sono importanti per l’ecosistema, soprattutto per via dei loro frutti”, prosegue Bruno: “Gli orsi amano le faggiole perché sono molto caloriche e permettono loro di prendere peso rapidamente. I rapaci e le volpi amano le faggiole perché sono il nutrimento principale per i roditori, le loro prede.”

All’imbrunire camminiamo verso un altro punto panoramico nel Parco. Sulla cresta sottile e aguzza sfoderiamo il binocolo per scrutare i lupi dalla parte opposta del crinale. Non si vede ancora niente ma lo scenario è impressionante. La notte scende lentamente. Le nuvole passano ombrose davanti alla luna, poi si allungano aggrappate alle cime delle montagne. Valeria emette l’ululato di un lupo solitario. Non molto tempo dopo, la risposta di un branco risuona dalla valle. Sono lì! Un intenso ululato echeggia nell’ambiente.

Valeria strabuzza gli occhi: “Non è un benvenuto caloroso” dice dolcemente: “Vogliono farci sapere che questo è il loro territorio. Non c’è posto per un lupo solitario. Ma è incredibilmente emozionante, raramente si sente ululare come adesso.” Bruno beatamente aggiunge: “Un regalo meraviglioso.” I lupi sono molto vicini. Per un attimo l’ululato cessa, ma poi ricomincia. Un suono primordiale che penetra in profondità. Non vediamo i lupi, ma la loro presenza è palpabile. Un’esperienza da ricordare.

Estratto dall’articolo di Marzo di Bergen Magazine, a cura di Frank Peters https://www.frank-peters.nl
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