Sulle tracce del lupo in Abruzzo. Ard Krikke per Salt Magazine

L’Europa pullula di terre selvagge e sconosciute. L’Abruzzo tra queste. Una magnifica regione montuosa a meno di due ore di auto da Roma. Con un pizzico di fortuna qui puoi osservare lupi che convivono tra grandi cani pastore, bianchi come la neve. 

C’è un teschio sul sentiero. I denti sporgono dalla mascella come una fila di mozziconi di matita screpolati. Mentre mi avvicino vedo anche diverse ossa rosicchiate. Una scena terribile. “Un cavallo” dice Valeria Roselli, 38 anni, guida della Wildlife Adventures. “I cavalli sono usati in questa regione come tosaerba naturali. Mantengono nudi i fianchi inferiori delle montagne. Questo esemplare è stato probabilmente predato a monte della parete da un branco di lupi e poi forse anche gli orsi bruni si sono presi cura del resto”.

Siamo nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, uno dei più antichi parchi nazionali in Italia, sorto nel 1923. È una giornata invernale inondata dal sole di Marzo e sono a pochi passi da Pescasseroli, un’autentica località montana a circa due ore a est di Roma. Lo scenario di questa città nel cuore dell’Appennino, una catena montuosa allungata che si estende su quasi l’intera penisola, è la base perfetta in inverno per fare un safari, sperando di intravedere il lupo. Per i prossimi giorni seguiremo Valeria tra le montagne innevate. Siamo partiti armati di un binocolo serio e uno zaino pieno di vestiti caldi. L’obiettivo finale è il Rifugio Terraegna, una vecchia dimora di pastori, oggi trasformata in rifugio, a 1800 metri di altitudine.

Il termine lupo provoca brividi alla maggior parte delle persone. Grazie alla fama ricavata dalle fiabe, tra cui quelle dai fratelli Grimm, i lupi nel mondo occidentale sono stati considerati per secoli bestie assetate di sangue. Grandi bruti che mangiano dolci nonne e abbattono case di innocenti maialini. Né l’espressione “un lupo travestito da pecora”, mutuata dalla Bibbia, ha contribuito alla reputazione del predatore. Un lupo, con i suoi occhi incantevoli e il suo ululato gelido, veniva invariabilmente rappresentato dalla chiesa come compagno del diavolo. Lo conoscono meglio in Abruzzo. “Il lupo è naturalmente timido e uccide solo gli animali per rimanere in vita”, ha detto Valeria in un inglese infuso di italiano. “Per quanto ne so, nessun uomo è stato attaccato dai lupi qui, e tanto meno mangiato, nell’ultimo secolo.”

Al contrario, la verità tutt’altra. Più di quarant’anni fa, il lupo appenninico, una sottospecie del lupo grigio europeo, era ancora in pericolo di estinzione. I cacciatori assetati di sangue avevano quasi ucciso l’intera popolazione italiana. Soltanto nel 1976, quando la caccia al lupo fu vietata, l’amico a quattro zampe ha avuto la possibilità di espandersi di nuovo. Ora ci sono circa 60 lupi (da 7 a 9 branchi) che vagano in questo Parco che si estende per 1500 chilometri quadrati. Pastori e allevatori di pecore sono diffidenti rispetto alla possibilità di un nuovo grande attacco alle loro mandrie.

Claudio Di Domenico un allevatore di 43 anni che gestisce la sua azienda agricola a Villetta Barrea, vicino Pescasseroli racconta “Ho ottanta mucche e un centinaio di pecore. Entrambe le greggi torneranno al pascolo tra qualche mese. Le mie mucche di Pezzata Rossa della Valle d’Aosta, sanno come scacciare un possibile attacco da lupi: in tempi brevissimi formano un cerchio e con le zampe posteriori scalciano tutto ciò che si muove. E’ molto efficace.” Claudio sorride con i denti gialli. Le sue pecore sono molto più indifese. Le fa quindi sorvegliare da sei grandi cani pastore abruzzesi, un’antica razza che si trova a metà strada tra un orso polare, bianco come la neve e un golden retriever. Un collare di ferro, con punte dall’aspetto pericoloso, dovrebbe proteggere i cani da pastore dai morsi del lupo. Queste guardie bianche sono estremamente efficaci, ma non possono sempre impedire l’uccisione delle pecore. Ad esempio, l’anno scorso i lupi affamati hanno aggredito al pascolo sei delle pecore di Claudio “Ricevo un compenso di circa 270 euro per ogni pecora uccisa. Sono soddisfatto. Inoltre, non sono arrabbiato con il lupo. Lui appartiene a questo territorio. La sua presenza mantiene l’equilibrio naturale. Lo rispetto.”

Nel frattempo ho legato un paio di racchette da neve sotto i miei robusti scarponi. Erba, foglie e pozzanghere di fango hanno lasciato il posto a uno strato di neve e saliamo attraverso foreste di faggio nel Vallone dell’Orso. Krushh! – Krush! – Krush! A parte il manto nevoso piacevolmente scricchiolante, non sento nulla. “Beh, praticamente niente”. Valeria fa una pausa regolare per ispezionare gli escrementi pelosi dei lupi. “I lupi mangiano le loro prede con pelle e peli”, evidenzia le tracce nella neve “I lupi vanno dritti verso il bersaglio” o per studiare i tronchi d’albero “Gli animali selvatici usano gli alberi come segnali stradali”. Inoltre, si ferma regolarmente a scrutare attraverso il suo binocolo. Nonostante la presenza di lupi, cervi, volpi, cinghiali, camosci e orsi bruni non è facile individuare la fauna selvatica in questa riserva naturale protetta. A parte qualche cervo e una volpe, le montagne sono drasticamente silenziose. “Durante questa tipologia di escursione vedo un lupo una volta ogni tre giorni in media” dice Valeria “A volte li incontro di tanto in tanto e a volte non si presentano per giorni o settimane. Un mese fa stavo mangiando con un gruppo di ospiti nel Rifugio di Terraegna quando improvvisamente un branco di lupi è apparso nella prateria di fronte il rifugio. Attraverso la finestra li abbiamo visti arrancare in questi spazi desolati. Uno spettacolo fantastico.”

Vuole solo chiarirlo: in Abruzzo gli animali non camminano festosi davanti le telecamere. E’ molto diverso da un safari in Africa, dove rischi di inciampare in mandrie di animali selvatici. “I lupi sono elusivi. Devi fare davvero del tuo meglio per vederli. Se io fossi sempre certa di osservare i lupi, o uno dei sessanta orsi bruni, l’eccitazione non sarebbe più così grande. Sentire la loro presenza, per me, è più affascinante dell’osservazione diretta.”

Una sosta per un aperitivo nel Rifugio di Terraegna

Una volta arrivati nella calda baita di montagna Valeria mostra sul suo telefono un video pubblicato da una fototrappola del Parco, come a rafforzare le sue parole. Lupi, cervi, volpi, cinghiali, orsi, tassi: tutti lasciano le loro tracce alla base di un albero, perlustrando, annusando, urinando e urinando ancora. È come se volessero dire: ti vediamo, ma tu non ci vedi. Bello! Ora fuori è notte. La Via Lattea brilla come una palla da discoteca nel cielo nero come l’inchiostro. Striscio presto sotto le mie coperte e perdo subito il conto delle pecore che saltano.

Alle prime luci dell’alba usciamo. È gelido ma poiché fatichiamo molto attraverso la neve, dopo qualche minuto apro la cerniera del cappotto. Valeria si ferma in una foresta di faggi contorti a 1900 metri. “Oltre al loro fascino queste antiche foreste di faggio sono fondamentali per la gestione delle risorse idriche del Parco. Gli alberi aiutano il terreno ad assorbire molta acqua e in maniera graduale. Conservano anche la neve per lungo tempo. Ciò impedisce le cosiddette inondazioni improvvise in primavera, inondazioni fulminee nelle aree più basse, compresi laghi, fiumi e bacini idrici” afferma entusiasta la guida naturalistica. “Dopotutto, gli alberi sono importanti bioindicatori. Ad esempio, questi licheni che vediamo crescono sui rami solo se l’aria è perfettamente pulita. Questi alberi sono i guardiani delle montagne. Ecco perché dobbiamo stare attenti con loro.”

I monti Velino e Cafornia avvolti nell'atmosfera del mattino

Quando arriviamo sull’altopiano, la vista è incredibilmente bella. Il sole diffonde un caldo bagliore sul paesaggio. Montagne a perdita d’occhio spolverate con zucchero a velo. Villaggi pittoreschi incassati nelle valli. Non sorprende che numerosi film, tra cui Lo chiamavano Trinità (1970), Il nome della rosa (1986) e L’Americano (2010), siano stati girati in Abruzzo. Qui tuttavia le star del cinema sono oscurate da una natura meravigliosa.

Non c’è traccia di lupi. Ancora una volta la loro presenza è sospesa nel paesaggio come la nebbia bassa: inafferrabile e fugace. Gli animali sono completamente assorbiti nella natura selvaggia. La discesa è molto più agevole della salita di ieri. A metà del pendio, togliamo le racchette da neve e anche le giacche sono legate sui fianchi dello zaino. Scivolando scendiamo a valle, dove i primi fiori primaverili stanno già spuntando da terra.

Il giorno successivo facciamo un ultimo tentativo per individuare i lupi, appena fuori Pescasseroli. I prati punteggiati di massi sono pieni di cavalli al pascolo brado. Ci accolgono con le loro campane tintinnanti e si fanno fotografare facilmente. Dopo 2 ore di cammino siamo su una sporgenza stretta. Di fronte a noi una montagna si alza come un’onda nel mare. “Questo è un posto dove i lupi si radunano spesso al calar della notte”, dice Valeria in un sussurro. Mentre scruto attraverso il binocolo, l’italiana preleva un cannocchiale dalla sua borsa. Come un cecchino, scruta l’ambiente sempre più oscuro. Molto presto un grido ovattato si sofferma nel suo petto. “Lupi”. Dopo aver ruotato un po’ l’obiettivo, i punti neri si trasformano in cervi al pascolo. Ha sperato troppo presto.

Il silenzio cade sulla valle deserta come una coperta pesante. Il chiaro di luna dona alla vegetazione una lucentezza giallo chiaro. Più diventa silenzioso, più si riesce ad ascoltare ciò che ci circonda. Un ruscello di montagna che scorre rapidamente. Un rapace svolazzante. Un cane da fattoria che abbaia. I suoni lontani sembrano improvvisamente molto vicini. Poi un suono agghiacciante sale dal nulla. Anche se non l’ho mai sentito prima, istintivamente so di cosa si tratta: l’ululato dei lupi. Sembra quasi come il cane che ulula, ma più alto e più penetrante. Il mio istinto primordiale mi spinge a scappare. La pelle d’oca si diffonde tra le mie braccia fino al resto del mio corpo. Valeria mi rassicura. “I lupi ululano l’un l’altro per comunicare su grandi distanze.” Lentamente il suono svanisce. “Non è un suono di attacco. Non sono per niente interessati a te”. L’ululato si spegne di nuovo. Realizzo di esser fuori di me e mi vergogno silenziosamente per aver avuto paura del lupo cattivo.

Gentilmente concesso da Ard Krikke e pubblicato nel numero 74 di Salt Magazine

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Foto © Bruno D’Amicis – European Safari Company 2019 e Umberto Esposito – Wildlife Adventures 2019